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Che vergogna

Posted by Max on 13:43
Berlusconi rivendica la firma per il gasdotto sul Mar Nero tra Turchia e Russia come un successo personale. Sbugiardandolo, la fonte del governo turco aggiunge: "E il tipo di cosa che può causare un problema diplomatico. Ma siccome si trattava di Berlusconi, ha solo fatto sorridere i due leader".

I quali due leader sanno che si infila la mano nel panciotto, si mette un colapasta in testa e tenta di camminare sulle acque fino a quando non arriva l'infermiera con la camicia di forza e la siringa di Valium...

Questi sono i giorni in cui non vorrei essere nato in Italia. Non per Berlusconi in particolare, che è un mentecatto conclamato, ma per tutta la schiera di quelli che votano per lui.

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Grassi e magri

Posted by Max on 11:38
Qualche giorno fa chiacchieravo della crisi con il direttore dell'ufficio italiano, il quale sosteneva la sostanziale tenuta dell'Italia in rapporto ad altri Paesi - tra i quali la Germania - portando a sostegno della sua convinzione il fatto che da noi nessuna banca è saltata.

Io non sono un grande conoscitore della finanza, lo ammetto, però ho a disposizione un termometro che ritengo piuttosto valido: vivo in Germania ma vengo spesso in Italia, soprattutto quest'anno.

La mia sensazione è che abbia ragione la saggezza contadina di mia nonna, scomparsa da vent'anni, che soleva dire: finché un grasso dimagrisce, un magro fa in tempo a morire.

La Germania è sicuramente in forte sofferenza, avrà un calo del Pil oltre il 5%. Subito dopo, pareva fino ad oggi, venivamo noi italiani nella scala della sofferenza di questa crisi. Il dato è cambiato perché è di oggi la notizia che il tendenziale dice Italia a -6%. L'uomo di Milano sostiene che per andare fuori a cena bisogna prenotare altrimenti non si trova posto, e mi invita a guardare la tipologia delle auto (con targa italiana) in circolazione sulla nostra rete stradale. Confermo, c'è molta gente fuori a cena, e si vedono un sacco di Mercedes, Audi, anche Porsche, Bmw e quant'altro. Però si vedono anche vetrine con i cartelli vendesi e affittasi. Ci sono operai arrampicati sulle gru e ieri un mio conoscente mi ha fatto sapere che improvvisamente tutte le filiali italiane dell'azienda per cui lavora(va) sono state chiuse. Non mi risultano situazioni di questo genere qui in Germania, almeno per ora.

Quando gironzolo, la peggior bicicletta che vedo in giro sembra appena uscita dal negozio. In Italia il parco dei due pedali è molto sotto questo standard, nonostante i recenti incentivi del governo.

Forse le auto costose in Italia sono molte, ma è davvero un segno di ricchezza? Siamo anche il Paese con 600mila auto blu, laddove altri Paesi quali Francia e Germania ne hanno dieci volte di meno.

È come se io in casa avessi valori per un milione e il mio amico per centomila. Arriva il ladro e porta a via il 5% a me e altrettanto al mio amico. Per quanto in assoluto io ci abbia rimesso più di lui, rispetto alla nostra ricchezza chi ha subíto il danno più grave è sicuramente lui. io magari ci rimetto qualche gioiello superfluo, ma a lui magari han portato via il televisore o la cucina. Non è la stessa cosa.

Se due Paesi con un divario di ricchezza così evidente come quello esistente tra Italia e Germania subiscono lo stesso calo del Pil, significa che uno dei due sta messo molto peggio dell'altro. Il ciccione perde l'adipe, ma il magro - che adipe non ne ha - ...

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Alzheimer storico

Posted by Max on 11:29
Approfitto dell'articolo di Luciano Gallino su Repubblica di oggi per commentare a mia volta.

Siamo in periodo di vacanze, ma ormai sappiamo tutti di essere in attesa di settembre per capire non tanto se disastro ci sarà, bensì quali ne saranno le proporzioni. Il lavoro scarseggia, le banche hanno volentieri incassato gli aiuti statali ma non concedono credito, resta da capire quante saranno le aziende che non riapriranno dopo le vacanze e contare i morti, ovvero i licenziati. Con le banche che, pur avendo acchiappato ben volentieri gli aiuti statali, ancora non allargano i cordoni del credito; con il tessuto produttivo costituito per oltre il 95% da piccole e medie imprese che di quel credito hanno bisogno come dell'aria che respiriamo; con una sedicente classe imprenditoriale cresciuta nella cultura della speculazione piuttosto che della produzione e sullo scarico del rischio imprenditoriale sulle spalle di chi lavora, prima o poi il risultato non poteva essere che questo. Inutile dire "è la crisi". Le crisi non nascono dal nulla, hanno origini ben precise, andrebbero prevenute e se proprio non ci si riesce vanno curate, né più e né meno che come una malattia.

Se andiamo dal dottore, la prima cosa che ci dirà sarà che non basta curare i sintomi, bensì bisogna rimuovere le cause dell'insorgenza. Se siamo troppo grassi, ad esempio, ci dirà che la liposuzione non è la soluzione poiché si limita a rimuovere l'effetto. Ma se continuiamo a mantenere una dieta sbagliata, tornare ad essere obesi sarà solo questione di tempo. Rimanendo nell'esempio, la condizione primaria e insostituibile per rimuovere le cause di una malattia è la presa di coscienza di avere un problema e non nascondersi più il fatto di avere un'abitudine alimentare scorretta. Insomma bisogna ammettere a - di alimentarci in modo scorretto, b - che quell'alimentazione è alla base della nostra obesità, e c - che quell'obesità ci crea attualmente una perdita di forma ma a lungo andare anche problemi cardiaci e quindi mortali. Qui le ideologie servono solo a farsi del male. Avevo un collega di lavoro americano che, per una questione tutta ideologica, si rifiutava di ammettere che una dieta basata sulla assidua frequentazione di McDonald's rappresentasse un problema alimentare e di salute. Raggiunto un certo peso, coi rotolini dell'amore giunti a dimensione di salvagenti del Titanic ha dovuto suo malgrado convincersi che la sua posizione ideologica andava rivista o, meglio, abbandonata. Non è diverso da quanto accaduto negli Stati Uniti quando, alcuni mesi or sono, vasta parte dei componenti repubblicani del congresso ha convenuto sulla necessità di concedere aiuti statali alle banche per evitarne il fallimento. Solo uno sparuto gruppo di falchi oltranzisti rimase dell'opinione che se il mercato decretava il fallimento di una banca, ebbene questo non poteva essere impedito pena il distacco dall'ideologia del mercato autoregolante e la discesa negli inferi del socialismo. Una posizione che rammenta molto da vicino l'atteggiamento dei testimoni di Geova nei confronti delle trasfusioni di sangue, o quelle degli adepti di scientology riguardo al riconoscimento di malattie quali l'autismo.

La posizione ideologica di fronte a una esperienza dannosa ai limiti della mortalità è il peggior atteggiamento che si possa assumere. Certo, una volta che il corpo è morto perché non abbiamo saputo, o meglio voluto, aiutarlo, il problema è comunque risolto. Tutto sta a decidere se la priorità è salvare l'ideologia oppure il paziente. Se per noi la vita va intesa come un continuo aggiustamento di tiro con lo scopo di cercare di star meglio, oppure se va intesa come la intendeva Magda Goebbels, che avvelenò i suoi figli pur di non farli vivere in un mondo senza nazismo.

Qui bisognava svegliarsi molto tempo fa. La cosiddetta deregulation proveniente dagli Stati Uniti di Reagan e proposta veementemente in Italia da Craxi (quello stesso che viene definito come innovatore e arguto lettore della realtà in cambiamento da quell'imbecille di Veltroni) è quell'impronta ideologica che ha cominciato sfasciando la scala mobile, ovvero l'adeguamento automatico dei salari al tasso d'inflazione. Per proseguire con la dismissione o privatizzazione di aziende pubbliche vitali per il Paese. Con conseguenti esternalizzazioni, il cappio del precariato inteso come flessibilità, e in conclusione la rottura di patti sociali sui quali era stata costruita la repubblica.

Tutto per un concetto di liberismo, o capitalismo senza regole, che - si teorizzava - avrebbe regolato se stesso da sé con la domanda e l'offerta. Quello che non si è capito è che laddove una qualsiasi struttura si muove senza regole, tutto si tramuta in una giungla, in un far west in cui è il più forte e il più veloce a dettar legge, a scapito di tutti gli altri. In conclusione, le regole continuano ad esserci: quello che cambia è lo scopo ultimo. In un mercato con regole, lo scopo è quello di far star meglio tutti. In un mercato senza regole (statali), si concede libertà di prosperare a un numero esiguo e sempre più limitato di personaggi, a scapito di un numero sempre più vasto di persone, interi settori sociali. Ecco la forbice che si allarga, e ne sentiamo parlare da almeno 3 lustri.

Allora quando parliamo di questa crisi bisogna evitare di nasconderci dietro alle foglie di fico.
È il liberismo, più che la globalizzazione che ne è una diretta conseguenza, alla base del dramma mondiale di oggi.
Se un manipolo di banchieri senza scrupoli ha avuto mani libere per avvelenare il mercato, la causa risiede nella mancanza di regole, quelle che quel delinquente di De Michelis definiva "lacci e lacciuoli" dai quali andava liberata l'economia. Ad alcuni ha fatto comodo, ma alla stragrande maggioranza questo ha creato un danno irreparabile oggi e per generazioni a venire.

Ci sono comunque responsabilità condivise in molti livelli. Il liberismo sfrenato è sembrata una soluzione ottimale a un gran numero di padroni e padroncini, dei quali è costituito il 95% del tessuto produttivo italiano, per liberarsi progressivamente di quel "dolore al culo" (per usare un'espressione americana) costituito dai sindacati. Flessibilità la parola d'ordine, ovvero la possibilità di licenziare a piacere. Ma quale goduria non dover più interagire con qualcuno che, sottoposto e pagato, può dirti "così non si fa, non puoi fare così"! Poter buttare fuori dall'azienda qualcuno solo perché osa contraddirti - non importa se la critica è intesa magari come costruttiva - o perché semplicemente ti sei svegliato male e non vuoi più vedere la faccia del primo dipendente che hai incontrato.

Bella cosa la flessibilità: lasci oggi un posto di lavoro e domani ne trovi un altro. Sembra il paradiso in terra. Ma - di nuovo - senza posizioni ideologiche di mezzo bisogna aprire gli occhi e rendersi conto, come dice giustamente anche Gallino nel suo articolo, che questa favola non funziona neppure negli Stati Uniti, figuriamoci in Italia.

E allora parliamo di questo paradiso terrestre che si chiama Stati Uniti. Un paradiso terrestre del liberismo che paga il prezzo del 20% della popolazione senza alcuna assistenza sanitaria. Forse per apprezzarlo bisogna avere appunto un'atteggiamento del tutto ideologico oppure, anzi in combinata, far parte di quel ristretto numero di persone che a fronte di circa 50 milioni di poveri assoluti può invece permettersi qualsiasi cura, non importa quanto costosa. Sarà, forse, il paese delle opportunità. O lo sarà stato in passato. Ma di certo sottosta a una forma di darwinismo sociale che in Europa abbiamo giá visto spinto alle più estreme conseguenze. Il forte (ricco) prospera, il debole (povero) si estingue. E se non si estingue da sé lo estinguiamo noi. Quando raccontavo a un'amica americana delle contraddizioni viste a Cuba l'anno scorso, degli slums poverissimi (anche se non a livello di quelli brasiliani o africani), mostravo le foto e mi rispondeva: "la cosa triste è che non occorre andare a Cuba per vedere queste scene, basta andare in molti sobborghi di città americane". Eccolo, il paradiso liberista. Ecco l'ipocrisia basata sull'ideologia per cui gli Stati Uniti più che essere devono essere il paradiso della democrazia e del benessere, delle opportunità, e - per esempio - Cuba deve essere considerata una dittatura crudele. Propaganda, niente altro che propaganda. Tanto che a far da contraltare alla mia onesta amica americana, ci sono i cubani che vengono di qua ammaliati dall'abbondanza, dalla ricchezza... credono loro. In realtà semplicemente accecati dal sogno di trovare il supermercato pieno di ogni genere. Senza considerare il prezzo, e non solo di quello attaccato al cartellino della merce. Arrivano, abituati al lento ritmo di vita della loro isola e del loro modo di vivere, e vedono a quale ritmo ci massacriamo per poter entrare in quel supermercato e caricare il carrello. Capiscono il motivo per cui infarti e ictus sono cause primarie di decesso. E alla fine non sono pochi quelli che dicono che siamo matti e decidono di tornare a Cuba.

Flessibilità significa precarietà. Significa compressione dei salari e del potere d'acquisto. Significa non riuscire ad affrontare non solo l'acquisto di una casa (si può vivere benissimo anche in un appartamento) ma neppure poter fare progetti per sposarsi e avere figli, che vanno mantenuti e costano un patrimonio. Significa vivere alla giornata, e quando si trova un lavoro malpagato essere costretti a subire tutto ciò che la luna del datore di lavoro gli suggerisce. Di fatto un progressivo ritorno alla schiavitù.

Perché stupirsi dunque dell'atteggiamento della proprietà della Innse? Quello che sta facendo il proprietario non è concettualmente diverso da chi specula in borsa, o dal fatto di poter acquisire un'azienda importante come la Telecom con una frazione percentuale, senza un progetto d'impresa e senza capitali, spolpandola e arrivando in conclusione a offrire servizi peggiori e mettendo sul lastrico tanto schiere di lavoratori quanto di piccoli risparmiatori che investono e vedono ridursi il valore di quanto da loro acquistato.

Infine non è diverso da quella mentalità per cui siamo ricchi perché tutti abbiamo un telefonino o un'automobile, perché è più importante produrre e vendere che rispettare la vita e l'ambiente. Se non facciamo in modo di rispettare questo, perché dovremmo stupirci se poi non viene rispettato il lavoro, la dignità di chi lavora?

Non abbiamo ancora visto niente. C'è ancora grasso sufficiente da spremere perché in tanti siano convinti che "passerà", senza rendersi conto che oggi stiamo spendendo quanto accumulato ieri dai padri. Che faremo quando anche quelle risorse saranno esaurite? È la generazione dei "ni-ni", come la chiamano in Spagna. Né studiare (perché il titolo di studio non apre alcuna porta per un lavoro stabile e pagato decentemente) né lavorare (perché lavoro non ce n'è). Pessimismo o realismo? Intanto si vive di qualche sussidio o dell'aiuto di mamma e papà. O con la pensione dei nonni. Le proteste studentesche di qualche mese fa dicevano o urlavano chiaramente: la crisi non l'abbiamo creata noi, non aspettatevi che la paghiamo noi. Dovrebbero forse pagarla i pensionati che hanno lavorato (e pagato) per una vita con la promessa di una vecchiaia tranquilla? Dovrebbero pagarla operai che non hanno altra colpa se non quella di aver lavorato? Dovrebbero pagarla allora i contadini, costretti dalla grande distribuzione a vendere i loro prodotti sottocosto? Vedremo in scena la guerra dei poveri, o dei trombati. Contadini contro operai? Vecchi contro giovani? Uomini contro donne? Al momento vediamo di peggio, ovvero un gran numero di appartenenti a questa o quella categoria, classe, o genere che - invece di indirizzare correttamente la loro frustrazione e la loro rabbia - finiscono col cercare rifugio laddove il problema si crea, non dove si risolve.

Non c'è da stupirsi, e forse è arrivato il momento di non scandalizzarsi neppure, perché scandalizzarsi è un dispendio di energie, una catarsi, una canalizzazione sbagliata del rifiuto, e prima o poi - l'Italia lo dimostra - a forza di scandalizzarsi ci si assuefa.

Bisogna rendersi conto che è finita, chiudere col liberismo e coi loro ideologi. Non basta lamentarsi, non basta scandalizzarsi. Bisogna avere il coraggio di tornare in piazza, gridare e imporre che la solidarietà sociale non è un bene disponibile. Le banche vanno aiutate? E allora che lo Stato abbia il diritto (e anche il dovere) di supervisionare! Non come dice la Marcegaglia - degno prodotto di questo sistema marcio - "ben vengano gli aiuti alle banche, ma subito dopo lo Stato faccia un passo indietro". È come se io andassi in una delle sue aziende e le dicessi "assumi per cortesia una decina di dipendenti, ma un attimo dopo tirati in là e non controllare se fanno il loro lavoro oppure no". Basta conflitti di interesse e interessi privati in affari pubblici. Basta scatole cinesi e basta assenza di regole, che aprono solo la strada all'ingordigia criminale. E basta anche coi finti garantisti: chi infrange la legge va perseguito, a cominciare da chi sta in alto. Altro che puttanieri in cima al governo.

In ogni caso, finché gli operai inchiappettati e in cima a una gru non trovano di meglio che chiedere aiuto a Berlusconi, vuol dire che la lezione non è stata capita. Correre in braccio al piduista per salvare la democrazia? Rivolgersi alla mafia per ottenere giustizia? Chiedere aiuto a Berlusconi per impedire che un proprietario senza scrupoli venda per ottenere una plusvalenza speculativa? O considerare l'immigrato come il pericolo e votare Lega... ah certo, tutto già visto. Anche i tedeschi votarono per i nazisti che urlavano al pericolo degli ebrei, dei comunisti, dei nemici interni ed esterni con le sanzioni, le riparazioni di guerra. Ma a scatenare la prima guerra mondiale non furono gli ebrei, bensì le élite al comando di potenze in espansione industriale alla ricerca di materie prime e mercati, in una corsa avida e senza scrupoli. Suona familiare? Guerra, danni da ripagare, crisi mondiale e infine balle colossali che la gente si beve perché è più facile credere che gli ebrei (o gli immigrati, o qualsiasi altro gruppo sociale) siano responsabili di qualcosa di tremendo mentre la verità era che il conflitto sociale e una risposta violenta servivano a una minoranza per fare soldi e acquisire potere illimitato.

La memoria si perde, l'ignoranza trionfa, la storia si ripete.

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Compagnia poco piacevole

Posted by Max on 19:45
Il tinnitus ha ricominciato a rompere di nuovo. Brutto compagno di viaggio. Avrei bisogno di ferie vere.

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Di mattina

Posted by Max on 09:32
Adoro il profumo della campagna nelle mattine d'estate

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Sedicenti manager

Posted by Max on 22:30
Lunedì scorso tutto il mio gruppo è stato chiamato da uno dei sedicenti "top-manager" dell'azienda per comunicazioni. Il fine settimana precedente, infatti, tutti i sedicenti "top-manager" si erano riuniti per analizzare la situazione e prendere decisioni.

Lo sanno tutti che quando i "top-manager" si riuniscono non finiscono mai col decidere gratifiche, bonus, premi, promozioni. Almeno nell'azienda dove lavoro io (da oltre 11 anni). Solitamente sono cazzi che volano bassi, ma dato che hanno già cercato di licenziarmi lo scorso gennaio e non ho nulla da perdere, lunedì si annunciava un gran divertimento. Che puntualmente c'è stato.

Le cosiddette comunicazioni, in buona sostanza, si sono ridotte a una vaga enunciazione di cifre, tutte negative e ovviamente non riscontrabili. Perdite per un milione di euro due mesi fa, perdite per mezzo milione di euro il mese scorso. Il magazzino è troppo alto, va ridotto entro fine anno al valore di dieci milioni di euro. Poi l'annuncio del diluvio: se non si corregge qualcosa, entro un anno l'azienda non esisterà più. Infine le pressanti richieste da parte di banche e investitori. E allora eccole queste richieste e queste correzioni. Nessuna nuova assunzione, niente tredicesima, e poi - reggersi forte - rinuncia al 10 percento del salario, individuazione degli "incapaci" e conseguente licenziamento.

Domanda: siamo qui per ricevere comunicazioni o anche per discuterle? Risposta: solo per ricevere comunicazioni.
Domanda: non ci avete già provato un paio d'anni fa, addirittura in termini più aspri (riduzione del 20 percento degli stipendi), senza riuscirci? Risposta: eh sì sì, ma oggi c'è la crisi...
Domanda: queste banche che pretendono tagli e licenziamenti sono per caso le stesse che fanno male il loro lavoro, chiedono aiuti allo Stato (ma senza volersi far controllare o supervisionare dallo stesso), poi non concedono il credito e determinano la crisi nella quale anneghiamo? Risposta: eh sì sì, lo sappiamo che il sistema è marcio, ma noi dobbiamo reagire... (non detto, reagire non contro di loro ma facendo come vogliono loro: grande reazione!).
Domanda: si rende conto che se decidete di licenziare gente, dovrete presentare il cosiddetto "piano sociale", seguendo leggi e regole ben precise? Ovvero non potete licenziare seguendo il criterio della presunta incapacità? Risposta: dobbiamo assolutamente disfarci degli incapaci altrimenti fra un anno l'azienda salta.
Domanda: Lei sa che a gennaio scorso avete tentato di licenziarmi con queste stesse motivazioni, e io rappresento l'esempio vivente del fatto che quei criteri forse vanno bene negli Stati Uniti, ma in Europa le cose sono diverse? Risposta: se non licenziamo, fra un anno non ci siamo più.

Cosa si può dire? C'è un proprietario che subisce (o più probabilmente si inventa) pressioni da parte di malfattori travestiti da banchieri e da investitori ingordi. Che dimentica che se l'azienda è cresciuta da un sottoscala alle dimensioni di oggi è anche grazie agli impiegati che oggi si vorrebbe scomparissero. E in ogni caso che non permette a nessuno di verificare i dati che propone. Insomma dovremmo avere fiducia pronta, cieca ed assoluta. Un assegno in bianco. Poi c'è un numero di sedicenti manager che teoricamente dovrebbero non solo dirigere le operazioni commerciali, ma in qualche modo fare da consulenti al proprietario per evitare di prendere cantonate, e anche difendere coloro che lavorano nei loro gruppi. In realtà questi sedicenti manager sono dei semplici accoliti, famigli, portaborse, insomma degli yes-men. L'unica cosa che importa è non far brutta figura col proprietario.

Inciso. Questo sedicente manager è esattamente lo stesso che qualche anno fa fece lo stesso discorso, avvisandoci di tagli salariali e che chi non accettava avrebbe dovuto mettere in conto "conseguenze" (leggi licenziamento). Un venerdì durante la pausa pranzo poi era tornato per metterci la letterina con l'annuncio ufficiale davanti al computer, per poi sparire per due settimane di vacanza. Tanto a lui cosa importava? L'azione era illegale, lui l'aveva firmata per conto del proprietario, poca importanza aveva se al suo ritorno ci fossero state venti azioni legali ad attenderlo. Una volta convinto (da me) il proprietario che non era il caso di provarci, al suo ritorno il sedicente non aveva trovato di meglio che chiamarmi a un colloquio privato per dirmi che lui doveva dire qualcosa, perché alla fine era lui che ci faceva la figura del coglione (esatto!) ma che lui aveva semplicemente eseguito un ordine e che quindi non era responsabile. Pareva Göring al processo di Norimberga!

In azienda non esiste rappresentanza sindacale: chiunque abbia provato è stato licenziato. Contro la legge, naturalmente, ma i tempi erano diversi. Trovare lavoro era più facile, la liquidazione andava bene... Oggi la musica è diversa.

Lavoro in azienda da oltre 11 anni. Da oltre 8 non vedo un aumento di stipendio. Regali non me ne hanno mai fatti. Anzi nel corso degli anni mi hanno tolto la gratifica, la tredicesima è stata a volte pagata "a rate" e a volte neppure nella misura dovuta. Adesso, anche secondo qualche collega leccaculo e paraculato quelli come me dovrebbero addirittura farsi da parte volontariamente per evitare danni agli altri. Poco importa, anzi va assolutamente evitato di verificare se i "low performer" (ovvero gli "incapaci", quelli che portano dentro pochi soldi) fanno o non fanno bene il loro lavoro pagando lo scotto di crisi oggettive e globali, o peggio ancora scelte aziendali sbagliate. Sia mai! Incapace perché devi vendere, conta solo quello.

Ma al di là del fatto che le previsioni catastrofali non sono verificabili (quindi dubitarne è doveroso più che legittimo), io ho un contratto, regali - ripeto - non me ne hanno mai fatti né la direzione né tantomeno i colleghi, quindi non vedo perché dovrei accettare di essere considerato come un incapace e in ogni caso perché fare loro dei regali. Si va secondo contratto e secondo leggi. I regali sono per gli amici. In ogni caso, è un regalo più importante dimostrare che non sempre è indispensabile piegarsi, bensì che la tutela dei propri diritti è ancora un valore ed è - tenersi forte - possibile! Che senso ha ammettere che il sistema è marcio, ma pretendere che si continui secondo quel sistema, facendone pagare le conseguenze non a chi ha provocato il tracollo ma a chi ha sempre lavorato con impegno e coscienziosamente?

Vogliono ridurre il salario? La risposta è no. Mica me l'hanno aumentato solo perché si cresceva, perché ora dovrebbero tagliarmelo? Io, che prendo quello che prendo, dovrei fare un favore a chi prende i milioni o comunque molto più di me?
Vogliono licenziarmi? Bene: allora prima quelli che sono in azienda da meno tempo, prima quelli più giovani, e così via. Si chiama "piano sociale" e tende a tutelare chi è più esposto alla crisi. In ogni caso devono dimostrare che ci sono le perdite, che i tagli sono indispensabili, e devono offrire una liquidazione degna di quel nome. Poi devono spiegare come mai a fronte dei licenziamenti stanno assumendo in altre aziende del gruppo. Poi devono spiegare come mai anche la settimana scorsa c'è stato almeno un colloquio di assunzione anche in azienda da noi. Infine devono dimostrare l'incapacità di coloro i quali vorrebbero licenziare, rispetto ai colleghi.

Insomma, tanto rumore per nulla. Loro pensano di mettere sulla strada chi pare a loro, e che di fronte al giudice basterà piagnucolare che c'è la crisi. Ma non sarà così.

Quando tentarono di tagliarci lo stipendio anni fa mi incazzai di brutto. Ora li conosco. Gliele canto e me ne fotto. Io vinco comunque. Se resto, continuo a prendere uno stipendio. Se mi costringono ad andarmene, mi dovranno liquidare e mi godrò nuovamente le scene davanti al giudice. E in ogni caso con la coscienza e l'orgoglio di non essere uno squalo ingordo, ingiusto e senza scrupoli come loro.

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Anche Paolo era un illuso

Posted by Max on 18:27
Paolo Borsellino moriva il 19 luglio 1992. Due giorni prima, racconta la moglie, diceva: "Io non vedrò i risultati del mio lavoro, li vedrete voi dopo la mia morte, perché la gente si ribellerà, si ribelleranno le coscienze degli uomini di buona volontà".
Ribellarsi a cosa? Alla mafia? Per ribellarsi alla mafia bisogna ribellarsi agli apparati dello Stato, che ne sono intrisi. Significa la rivoluzione. E da quando in Italia si fanno le rivoluzioni?
Perfino la marcia su Roma non era che una marcetta di quattro straccioni che sarebbero stati facilmente dispersi se quel coglione delinquente del re pipetta avesse fatto schierare un paio di mitragliatrici.
L'Italia non è paese da rivoluzione. Le rivoluzioni italiane si fanno con le pugnalate alle spalle, il silenzio rancoroso e l'improvviso cambio di bandiera. Tutti vincono perché nessuno perde. Tutti amici del potente di turno, e quello che va in disgrazia scompare. A Piazzale Loreto, o a Hammameth, o a Santo Domingo a seconda delle stagioni.
Gli illusi come Falcone e Borsellino ci rimettono la pelle.

La sera in cui arrivò la notizia dell'attentato ero in pizzeria con una masnada di gentucola, dopo una giornata passata in spiaggia. Io ero ammutolito, gli altri come se niente fosse. "Un regolamento di conti al sud", dicevano, "tanto laggiù sono tutti mafiosi". Orrendo. Non sono mai più uscito con quella gente, ed è facile immaginarli impegnati a far soldi, votare Lega e sputare sugli immigrati che magari fanno lavorare a prezzi da schiavi.

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Due per uno e avanti

Posted by Max on 22:35
Veltroni riabilita (a titolo personale) il fu pregiudicato, Napolitano firma una legge da ventennio. Violante che si lamentava dell'aggressività di Berlusconi al quale hanno permesso di tenere le televisioni in barba alla legge, D'Alema che dice che oggi non si può fare a meno delle scatole cinesi. Questi sarebbero gli ex-comunisti. Gente cresciuta a fianco di Berlinguer.
Forza Di Pietro, forza De Magistris. Alle prossime elezioni: 12-15%.

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Facce da culo

Posted by Max on 16:31
Ieri Rutelli, parlando di quel che accade nella striscia di Gaza, ha detto testualmente "... la virgolette violenza di Israele".
Vorrei sputargli in faccia per sentire se poi trova che la saliva sia virgolette umida.

Nella foto: pericoloso terrorista di Hamas ricondotto alla ragione dalle bombe israeliane nella striscia di Gaza - 2009

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